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Il Grande Inganno degli Affitti Brevi: Perché i Divieti Non Risolvono la Crisi Abitativa

La "narrativa dominante" incolpa le piattaforme turistiche per il caro affitti. Ma l'analisi di quattro grandi metropoli mondiali svela una verità diversa: la soluzione non è combattere la domanda, ma costruire nuove case

SSergio Battelli09 marzo 2026·2 viste
Il Grande Inganno degli Affitti Brevi: Perché i Divieti Non Risolvono la Crisi Abitativa

C'è una storia che circola da anni nelle nostre città e che tutti, prima o poi, abbiamo sentito: abitare nei centri urbani è diventato impossibile per colpa delle piattaforme digitali e degli affitti brevi. Secondo questa visione, Airbnb e simili stanno svuotando i centri storici, cacciando i residenti e facendo esplodere i prezzi. La soluzione politica proposta è apparentemente semplice e indolore: limitare, regolamentare o vietare del tutto le locazioni turistiche per far miracolosamente crollare i canoni d'affitto.

È una narrazione che ha il grande pregio della semplicità, perché offre all'opinione pubblica un "colpevole visibile" e facile da colpire. Il problema, però, è che alla prova dei dati questa teoria si rivela completamente sbagliata.La "Narrativa Dominante" e il fallimento dei divietiLa colpevolizzazione degli affitti brevi fa parte di quella che viene definita la "narrativa dominante". Questo approccio si basa sull'idea che il mercato immobiliare vada curato attaccando la domanda, senza però preoccuparsi di creare nuova offerta.Cosa succede quando le città applicano realmente questi divieti? I risultati di quattro grandi "laboratori urbani" parlano chiaro:

  • New York: Con la Local Law 18, la città ha di fatto azzerato il modello Airbnb, facendo crollare gli annunci dell'83%. Il risultato? I canoni residenziali hanno continuato a salire (+6,6% su base annua alla fine del 2025) e il tasso di case sfitte è crollato all'1,41%, il minimo dal 1965. Gli unici a festeggiare sono stati gli hotel, che hanno visto le tariffe schizzare del 27%.
  • Barcellona: La capitale catalana ha sperimentato 10 anni di restrizioni durissime, fino ad annunciare l'eliminazione totale degli appartamenti turistici entro il 2028. Eppure, le licenze turistiche rappresentano appena l'1,3% del totale delle abitazioni. Accanirsi su questa minuscola percentuale ha portato a un crollo del 45% dell'offerta di affitti residenziali tradizionali e a prezzi medi richiesti che sono raddoppiati in dodici anni.
  • Parigi: Nonostante tetti rigidi agli affitti e il divieto assoluto di nuovi alloggi turistici in molti quartieri, i canoni sono saliti del 6,7% in un anno. L'offerta locativa è oggi inferiore del 25% rispetto al periodo pre-Covid.
  • Lisbona: Dopo anni di rincari e politiche restrittive oscillanti, i prezzi hanno iniziato a mostrare i primi lievi segnali di flessione solo recentemente. Il motivo? Non i divieti, ma un aumento del 41% dell'offerta di affitti residenziali.

Il vero problema: una crisi di offerta

Se non è colpa dei turisti, perché le case costano così tanto? La risposta è molto più complessa e politicamente scomoda: si costruisce troppo poco rispetto a quanto servirebbe.Siamo di fronte a un fenomeno globale: il 45% della popolazione mondiale vive oggi in città e la pressione demografica urbana è in costante aumento. A questo si aggiunge l'effetto del rapido incremento dei tassi di interesse sui mutui, che ha bloccato gli acquisti spingendo una massa enorme di persone a riversarsi sul mercato degli affitti.Mentre la domanda esplodeva, l'offerta è rimasta paralizzata.

A Roma, ad esempio, c'è un fabbisogno stimato di 95.000 abitazioni nei prossimi dieci anni. Eppure, le strategie urbane spesso escludono la costruzione di nuova cubatura, aggrappandosi al dogma del "consumo di suolo zero" e limitandosi a proporre il recupero dell'esistente, che da solo è matematicamente insufficiente.

A New York si costruisce solo il 13% del fabbisogno decennale, e a Barcellona l'edilizia nuova copre appena il 18,7% della domanda.Cambiare rotta: da combattere la domanda a creare offertaIl vizio di fondo delle attuali politiche urbane è chiaro: si cerca di risolvere la crisi restringendo la domanda (vietando gli affitti brevi, tassando gli stranieri, imponendo tetti ai canoni), ma nessuna di queste misure aggiunge un solo metro quadro di spazio abitabile reale. Quando l'offerta è bloccata da burocrazia e vincoli ideologici, la domanda compressa trova semplicemente altre strade, spesso nel mercato nero, e i prezzi salgono comunque.Per risolvere davvero la crisi abitativa, dobbiamo smettere di cercare capri espiatori e iniziare a guardare i modelli che funzionano. Città come Tokyo, che ha riformato le regole urbanistiche per favorire le costruzioni mantenendo i prezzi stabili per vent'anni, o Vienna, con il suo massiccio investimento in edilizia sociale, ci mostrano la strada.

La soluzione non è punire o vietare, ma tornare a costruire, densificare e ampliare l'offerta immobiliare. Finché la politica continuerà a fare la guerra ai turisti invece di mettere i mattoni, le nostre città diventeranno sempre più esclusive e inaccessibili.


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