Il miraggio di Barcellona: perché vietare gli affitti brevi non è la soluzione.
Dieci anni di divieti contro gli affitti brevi a Barcellona non hanno abbassato i costi degli affitti né arginato l'overtourism
Dieci anni di divieti contro gli affitti brevi a Barcellona non hanno abbassato i costi degli affitti né arginato l'overtourism

Iniziata nel 2014 con il sindaco Xaver Trias e culminata oggi con la decisione di eliminare le oltre 10.000 licenze turistiche (HUT) entro il 2028, la politica restrittiva catalana ha effettivamente dimezzato gli annunci legali di appartamenti turistici, passati da 17.280 nel 2020 a 8.842 nel 2024. Il risultato, tuttavia, è stato catastrofico per i residenti: i prezzi medi degli affitti a lungo termine non sono affatto scesi, ma sono aumentati del 70% nel decennio, passando da 688 euro a 1.166 euro mensili, mentre il prezzo medio di acquisto delle case è balzato del 60%. Le case sottratte al turismo non sono tornate alle famiglie del posto. Al contrario, il mercato è ora dominato da contratti temporanei (dai 32 giorni agli 11 mesi) e da formule "grigie" inaccessibili: una stanza in un appartamento in co-living con 8 inquilini costa oggi circa 1.150 euro al mese, e una micro-stanza in uno studentato parte da 900 euro.
Se l'obiettivo era tutelare il diritto alla casa, il bersaglio è stato clamorosamente mancato. L'unico vero vincitore di questa guerra è l'industria alberghiera. A Barcellona, i prezzi medi delle camere di hotel sono schizzati di oltre il 60% in dieci anni, registrando tassi di occupazione record, mentre l'economia legata agli affitti brevi ha bruciato circa 1,9 miliardi di euro di PIL locale e 40.000 posti di lavoro.Nel frattempo, la politica anti-affitti brevi sta accelerando la finanziarizzazione del mercato immobiliare. Spaventati dai tetti ai canoni e dalle storiche difficoltà contro le occupazioni abusive, molti piccoli proprietari hanno semplicemente deciso di vendere le proprie case. A comprare sono stati grandi fondi d'investimento (che nel 2023 hanno rappresentato il 17% di tutti gli acquisti immobiliari della città), i quali riconvertono interi palazzi in redditizi co-living e affitti stagionali, aggirando di fatto le normative che dovevano proteggere i residenti. Sulle piattaforme online dominano ormai intermediari professionali, tagliando fuori le famiglie e i privati.
Quello di Barcellona non è un caso isolato. I divieti mostrano gli stessi limiti in tutto il mondo:
A New York, dopo l'introduzione della Local Law 18 che ha abbattuto del 90% gli annunci Airbnb, gli affitti non sono scesi e le tariffe degli hotel sono aumentate del 6-7%.
Ad Amsterdam, il limite di 30 notti all'anno per gli affitti turistici ha portato a un crollo del 54% dell'offerta breve, ma parallelamente gli affitti tradizionali sono cresciuti del 34%.
A Lisbona, l'unico precedente politico in controtendenza, il nuovo governo ha da poco revocato le restrizioni del 2019 ammettendo il fallimento: nonostante i blocchi, i prezzi delle case nell'area metropolitana erano quasi raddoppiati.
Quale lezione per Firenze? Barcellona è una città magnifica e un modello di assoluta eccellenza nella pianificazione urbana: Firenze dovrebbe certamente importare il suo efficiente sistema di trasporto intermodale, la genialità dei "superblocchi" che restituiscono le strade ai pedoni e la magistrale gestione del verde urbano.
Tuttavia, inseguire le proibizioni ideologiche sugli affitti brevi è una grave miopia che consolida solo il potere delle catene alberghiere senza restituire abitazioni ai cittadini. La crisi abitativa non si risolve con appelli populisti o copiando pedissequamente divieti inefficaci, ma affrontando i veri problemi strutturali: la carenza di nuova edilizia di qualità, l'assenza di incentivi per affittare gli immobili sfitti e la domanda turistica costante.
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