C'è una scena che si ripete ogni anno uguale a se stessa. Arriva l'estate, gli alberghi non trovano personale, i giornali titolano "carenza di manodopera nel turismo", e qualche presidente di categoria spiega che il problema è la casa.
Quella che i lavoratori stagionali non trovano più perché gli affitti brevi hanno svuotato il mercato residenziale. È una storia comoda, ha un colpevole preciso, sta pure in una piattaforma con sede in Irlanda.
Peccato che i numeri, quelli che le stesse organizzazioni datoriali pubblicano nei loro report, raccontino un'altra storia, molto meno comoda da ammettere in assemblea.
Il documento Hotrec-Effat: cosa dice davvero sulla crisi abitativa
Nel documento congiunto che Hotrec (la confederazione europea degli albergatori di cui Federalberghi è socio fondatrice) ed Effat (il sindacato europeo dei lavoratori del turismo) hanno presentato alla Commissione europea il 2 marzo 2026 sull'Affordable Housing Act, si legge che i lavoratori del settore, in particolare quelli stagionali e migranti, faticano a trovare alloggi a prezzi accessibili proprio nelle destinazioni turistiche più colpite dagli affitti brevi.
Fin qui, nulla di nuovo. Ma mentre Federalberghi scrive alla Commissione chiedendo di stringere le maglie sugli affitti brevi, i suoi stessi dati interni, quelli della Relazione sull'attività 2024, ammettono che i lavoratori stranieri arrivano a rappresentare il 40% dell'occupazione dipendente nelle aree a più forte vocazione turistica.
Non perché in Italia manchino disoccupati disposti a fare il cameriere o il receptionist d'estate, ma perché a quelle condizioni contrattuali gli italiani, semplicemente, non ci vanno più.
Il divario salariale nel turismo: dai dati Istat al CCNL
Le condizioni contrattuali si possono misurare con precisione, senza bisogno di scomodare l'Affordable Housing Act. Secondo un'analisi che incrocia i dati Istat sull'occupazione nei servizi di alloggio e ristorazione:
Anni Novanta: il settore pagava salari inferiori del 10% rispetto alla media dell'intera economia italiana
Oggi: quel divario è quasi raddoppiato, arrivando al 25%
Non è un dettaglio statistico. È la fotografia di un settore che negli ultimi trent'anni ha scelto sistematicamente di competere sul costo del lavoro piuttosto che sulla produttività o sui salari.
Le retribuzioni orarie: ultimo posto tra tutti i settori
Il dato si conferma guardando alle retribuzioni orarie medie per macrosettore. I servizi di alloggio e ristorazione si piazzano all'ultimo posto tra tutti i comparti economici italiani:
Alloggio e ristorazione: 10,9 euro/ora
Attività finanziarie e assicurative: 25,9 euro/ora
Più del doppio. E non stiamo confrontando un cameriere con un banchiere d'affari di Wall Street, stiamo confrontando due settori dello stesso paese, con lo stesso costo della vita, gli stessi affitti da pagare, la stessa spesa al supermercato.
Il caso Emilia Romagna: record di presenze, salari da fame
Scendendo a livello locale il quadro peggiora ulteriormente. In Emilia Romagna, che nel 2025 ha registrato numeri turistici da record con 44 milioni di presenze, il salario annuo medio nel settore degli alloggi si ferma a 10.503 euro, con appena il 13,3% dei contratti stabili a tempo pieno.
Il resto è part time involontario, stagionalità, discontinuità. Un lavoratore full time impiegato tutto l'anno in un hotel di una delle regioni turistiche più floride del paese guadagna, in media, meno di 900 euro al mese.
Con questi numeri, la domanda giusta non è perché i lavoratori del turismo non trovano casa, ma come pensavano di trovarla.
Il CCNL Turismo: i minimi tabellari
Anche guardando alle tabelle contrattuali ufficiali, quelle dello stesso CCNL Turismo che Federalberghi negozia e firma, la sostanza non cambia granché. Il minimo tabellare per un receptionist di quarto livello, aggiornato a giugno 2026, è fissato a:
Il cortocircuito logico: quando la casa non c'entra nulla
Qui sta il cortocircuito logico dell'intera narrazione. Se un receptionist guadagna 1.300 euro netti al mese, il problema non è se gli affitti brevi abbiano tolto dal mercato 50 o 500 appartamenti in più.
Il problema è che con quella cifra, in qualunque città turistica italiana, non si affitta praticamente nulla, che gli affitti brevi esistano oppure no.
Anche azzerando domani mattina ogni singolo annuncio Airbnb del paese, come chiede lo studio dell'Istituto Bruno Leoni di cui abbiamo scritto qualche giorno fa, gli stipendi resterebbero quelli, e il problema abitativo dei lavoratori del turismo pure.
La crescita occupazionale pagata poco
Il settore, negli ultimi vent'anni, ha vissuto una crescita occupazionale imponente. Il numero di occupati in alloggio e ristorazione è aumentato del 43% dal 2007 a oggi, il contributo più consistente alla crescita occupazionale dell'intera economia italiana.
Ma è cresciuto assumendo tanto e pagando poco, scaricando sulla flessibilità contrattuale i costi di un modello di business che vive di stagionalità e margini stretti.
Ora che quel modello fatica a trovare braccia disposte a lavorarci, la tentazione di puntare il dito contro il vicino di casa che affitta l'appartamento ai turisti è la via più facile sia politicamente sia strategicamente.
La soluzione è nel CCNL, non nell'Affordable Housing Act
Se davvero Federalberghi volesse risolvere il problema della casa per i lavoratori stagionali, lo strumento più immediato ce l'ha già in mano, ed è il tavolo del rinnovo del CCNL Turismo, non un emendamento all'Affordable Housing Act.
Ma chiedere alla Commissione europea di regolamentare gli affitti brevi costa molto meno che alzare i minimi tabellari di un intero contratto collettivo nazionale.
E la frittata, quella l'ha fritta il settore da solo, molto prima che Airbnb aprisse il primo annuncio in Italia.
Fonti: