C'è un genere letterario che ha ormai una sua grammatica fissa, riconoscibile a colpo d'occhio su qualunque testata generalista di primo piano.
Si apre con lo sdegno per il turista di massa che "invade" un borgo, prosegue con la stoccata contro gli affitti brevi — sempre "non all'altezza", sempre "senza servizi", sempre colpevoli di aver snaturato qualcosa.
E si chiude, immancabilmente, con l'elogio del nuovo boutique hotel firmato da un archistar: cucina di uno chef stellato, pizza a cento euro, terrazza esclusiva con vista che "pochi eletti" potranno permettersi.
Stesso pezzo, stessa testata, a volte la stessa pagina.
Ecco, quella sequenza lì — non gli affitti brevi — è la vera cafonata del turismo italiano contemporaneo. Ed è tempo di dirlo con la stessa nettezza con cui viene scritta.
Il problema del 96% dell'Italia che nessuno racconta
Il trucco retorico funziona perché si basa su un'illusione ottica: le foto delle code a Venezia, sulle Dolomiti, alle Cinque Terre vengono trattate come se fotografassero l'Italia intera.
Quando fotografano una manciata di luoghi — una porzione microscopica del territorio nazionale, secondo qualunque stima ragionevole sulla distribuzione geografica del turismo.
Il resto del Paese, la stragrande maggioranza dei Comuni italiani, non ha un problema di overtourism: ha semmai il problema opposto.
Quello di attrarre abbastanza visitatori da giustificare un bar aperto tutto l'anno.
Ma chi scrive quei pezzi da salotto raramente li visita, quei luoghi: viaggia in altro modo.
Sono gli stessi che alzano il telefono, gente con 4 Cognomi, e chiama il suo amico giornalista di turno per raccontare "lo scempio" che vede dal suo super attico.
"Il turismo è un settore povero": la diagnosi è sbagliata
Sul fatto che il turismo italiano paghi male, i dati non lasciano molto spazio all'ambiguità.
L'ospitalità alberghiera e la ristorazione restano tra i comparti con le retribuzioni più basse del mercato del lavoro italiano.
Ma la conclusione che se ne trae quasi sempre — che il colpevole sia l'host che affitta l'appartamento di famiglia — è esattamente il contrario di ciò che i numeri suggeriscono.
Chi porta la pizza da cento euro al tavolo della terrazza esclusiva, nella grande maggioranza dei casi, non guadagna una frazione di quel prezzo.
Prende una paga oraria che a stento copre il costo della vita nella città in cui lavora.
Il problema non è il turismo come settore, è la distribuzione del valore dentro il settore — e quella distribuzione la decidono le strutture che quel salotto mediatico elogia, non i piccoli proprietari che affittano.
Chi ha davvero interesse a colpire il piccolo host
Dietro la campagna contro gli affitti brevi si muovono due interessi che raramente vengono nominati per quello che sono.
La lobby alberghiera
Il primo è la lobby alberghiera, allergica alla concorrenza come ogni lobby italiana ancorata a un modello che il mercato ha già superato.
Non diversamente da come si sono comportate, in altri decenni, altre categorie protette di fronte a qualunque innovazione toccasse la loro rendita di posizione.
Il sindacato che perde iscritti
Il secondo, meno raccontato, è quello di alcune sigle sindacali che sposano la battaglia contro il "far west" degli affitti brevi non per proteggere lavoratori.
Un host che affitta il proprio appartamento non sottrae un solo posto di lavoro sindacalizzabile, semplicemente non lo crea in una forma che si possa tesserare.
Ogni persona che si mette in proprio, che si costruisce un'entrata autonoma senza passare da un contratto collettivo, è un tesseramento e una quota associativa in meno.
Non è un caso di cospirazione, è semplice economia dell'organizzazione: un mondo di piccoli imprenditori indipendenti è strutturalmente più difficile da rappresentare — e da finanziare — di un mondo di dipendenti.
Mezzo milione di persone che non sono un problema sociale
Le stime parlano di circa mezzo milione di persone in Italia che oggi gestiscono almeno un immobile in affitto breve.
Non sono un esercito di speculatori: nella maggioranza dei casi hanno trasformato una seconda casa — con tutti i costi che una seconda casa comporta — da voce di spesa passiva ad asset produttivo.
IMU sulla seconda casa
TARI e utenze
Manutenzione ordinaria e straordinaria
Adeguamenti normativi (CIN, estintori, registrazione alloggiati web)
Hanno fatto ripartire economie locali in borghi che nessun grande gruppo alberghiero ha mai avuto interesse a raggiungere.
Perché un investimento a cinque stelle richiede una massa critica di domanda che un paese di ottocento abitanti non genererà mai.
Dove il capitale grande non va, ci va il piccolo proprietario — e lo fa assumendosi un rischio che nessuno gli restituisce sotto altra forma.
Il vero squilibrio è nei doveri, non nei diritti
C'è un solo punto in cui la critica al settore ha un fondamento: esistono zone, una minoranza circoscritta del territorio nazionale, dove un equilibrio va davvero trovato tra residenzialità e uso turistico.
Ma la risposta che le amministrazioni italiane sanno dare, quasi sempre, è la stessa: alzare le tasse, imporre i cambi d'uso, vietare, complicare.
Mai una parola sull'altro lato dell'equazione — quello dei doveri che lo Stato non si assume mai verso chi possiede un immobile, magari ancora sotto mutuo.
È lo stesso Paese in cui un proprietario può ritrovarsi la casa occupata e sentirsi rispondere, nella sostanza, che il diritto all'abitare va tutelato — giustamente.
Ma omettono che a tutelarlo deve pensarci il pubblico con l'edilizia sociale, non il privato espropriato di fatto del proprio bene.
La retorica contro il piccolo host è, in buona parte, la copertura più comoda per decenni di inefficienza pubblica sulla casa.
Colpire chi ha rischiato in proprio costa meno, in termini elettorali, che ammettere che l'edilizia popolare italiana è ferma da una generazione.
Una distinzione che nessuno vuole fare
Detto questo, la battaglia va combattuta con onestà anche sul proprio fronte: fare di tutta l'erba un fascio è un errore identico e speculare a quello di chi criminalizza ogni host.
Il piccolo proprietario che affitta l'appartamento di famiglia per arrotondare non è la stessa cosa dell'operatore che gestisce, con logiche puramente finanziarie, migliaia di unità in portafoglio.
Chiedere regole diverse per situazioni diverse non è un'ammissione di colpa: è l'unico modo per difendere il piccolo host senza dover difendere anche chi, dentro lo stesso settore, gioca una partita completamente diversa.