Il turismo classista è servito. E si chiama "gestione dei flussi".
C'è una ricetta semplicissima per far sparire l'overtourism dai titoli dei giornali senza risolvere un solo problema reale: selezionare l'accesso in base alla carta di credito.
Funziona così: mentre gli stipendi restano fermi da vent'anni, tu alzi il prezzo del biglietto finché "chi può permetterselo" continua a girare, ad ammirare, a fotografare, e chi non può resta a casa.
Nessuno lo chiama classismo, ovviamente. Lo chiamano "regolazione della domanda attraverso la leva economica", che è lo stesso concetto travestito da slide di consulenza McKinsey.
Il risultato pratico è identico: il turismo diventa un privilegio di censo, non un diritto culturale, e la cosa più fastidiosa è che nessuno fa finta di volerlo negare più.
Himeji, il caso di scuola del doppio prezzo
Il Giappone ha smesso di discuterne in teoria e l'ha già messa in pratica.
Dal 1° marzo il Castello di Himeji, la fortezza dei samurai del XVII secolo patrimonio Unesco, applica un doppio prezzo:
1.000 yen per i residenti della città
2.500 yen (circa 15,50 dollari) per tutti gli altri — più del doppio
Il portavoce della gestione, Kensuke Tsushi, l'ha raccontata al Guardian con una precisione linguistica quasi comica: "Viene spesso descritto come doppio prezzo, ma noi lo consideriamo una tariffa fissa con uno sconto per i residenti che mostrano un documento".
Tradotto: chiamalo come vuoi, il turista straniero paga il doppio del vicino di casa, punto.
I numeri, va detto onestamente, sembrano funzionare dal punto di vista gestionale:
Meno gente, più soldi. Un risultato che qualunque property manager capirebbe al volo, perché è lo stesso principio del revenue management applicato a un sito storico invece che a una camera d'albergo.
La differenza è che una camera d'albergo non è patrimonio dell'umanità, e non dovrebbe rispondere alla stessa logica di un hotel che alza i prezzi in alta stagione.
Il problema non è il prezzo alto. È a cosa serve
Qui bisogna essere onesti fino in fondo, anche quando la sincerità disturba chi difende gli operatori turistici a prescindere (categoria alla quale, va detto, appartengo anch'io).
Non c'è niente di sbagliato in sé nel far pagare di più chi genera un impatto maggiore, o nel finanziare la manutenzione di un sito fragile attraverso chi lo visita.
Il problema è l'obiettivo dichiarato dell'operazione.
Se l'obiettivo fosse davvero gestire i flussi in modo intelligente, useresti strumenti che redistribuiscono la domanda:
Fasce orarie differenziate
Prenotazione a numero chiuso
Incentivi per visitare in bassa stagione
Tariffe che premiano chi prenota con anticipo o visita in giorni meno affollati
Sono tutti strumenti che il Giappone, va detto, sta effettivamente applicando in parallelo — la Japan Tourism Agency ha aumentato il proprio budget del 700% anche per sistemi di intelligenza artificiale sul controllo delle folle e prenotazioni a numero chiuso nei siti più a rischio.
Ma il doppio prezzo su base di residenza o nazionalità non redistribuisce niente. Non sposta un turista da agosto a marzo.
Semplicemente lo elimina, se non può permetterselo, e lo lascia intatto se può.
Non è gestione del flusso, è selezione del flusso per censo. La differenza è enorme, ed è esattamente la differenza tra una politica pubblica seria e una trovata di cassa travestita da sostenibilità.
I numeri che spiegano perché lo stanno facendo davvero
Il contesto aiuta a capire la vera priorità.
I turisti stranieri in Giappone sono passati dai 387.000 di Himeji nel 2018 ai 547.000 dello scorso anno, con proiezioni fino a 1,2 milioni annui — un carico che i delicati edifici Unesco non reggerebbero.
A livello nazionale, i visitatori stranieri hanno superato i 42 milioni l'anno scorso, con l'obiettivo dichiarato di arrivare a 60 milioni entro fine decennio, per una spesa turistica record di 9.500 miliardi di yen, quasi 59 miliardi di dollari.
Nello stesso mese in cui Himeji ha introdotto il doppio prezzo, il governo ha:
Triplicato la tassa di partenza per tutti i viaggiatori (portandola a 3.000 yen)
Quintuplicato il costo dei visti per i paesi non esenti, arrivando a 15.000 yen
Messi in fila, questi numeri raccontano una storia diversa da quella dell'"emergenza overtourism che va fermata a ogni costo".
Raccontano la storia di un paese che vuole arrivare a 60 milioni di visitatori e nel frattempo massimizzare quanto ciascuno spende per arrivarci.
Non è un piano di contenimento. È un piano di monetizzazione del contenimento: prima aumenti il traffico complessivo con una strategia nazionale aggressiva di attrazione turistica, poi fai cassa selettivamente sui siti più fragili facendo pagare di più chi arriva da fuori.
Il messaggio implicito è: il flusso va bene, anzi va benissimo, purché renda di più per unità di visitatore.
E l'Italia non sta a guardare: Venezia rilancia a 50 euro
Se pensavi che questa fosse una faccenda giapponese lontana da noi, guarda cosa succede a Venezia proprio in queste settimane.
Il neosindaco Simone Venturini, eletto da meno di un mese, ha proposto di alzare il contributo d'accesso alla città — oggi fissato tra 5 e 10 euro a seconda di quando prenoti — fino a una forbice tra 30 e 50 euro nelle giornate più critiche.
L'ha annunciato lui stesso: "Se oggi è da 5 a 10 euro, la mia proposta è di portarlo dai 30 ai 50 euro per determinati giorni".
Il dato che dovrebbe far riflettere è questo: nei primi 42 giorni di applicazione del 2026 sono stati venduti più ticket da 10 euro (quelli comprati all'ultimo momento) che da 5 euro (quelli prenotati con anticipo).
In altre parole, la soglia attuale non sta modificando in modo significativo il comportamento di chi visita la città.
Ed è proprio su questo dato che si regge l'argomento di chi vuole alzare drasticamente la cifra: se 5 euro di differenza non spostano nulla, forse serve una cifra che faccia davvero male al portafoglio.
Ma è qui che il "turismo classista" smette di essere una metafora e diventa dichiarazione politica esplicita.
Cosa dovremmo dirci, senza ipocrisia
Il vero rischio, per chi lavora nell'ospitalità come me e come chi legge questo blog, non è che il Giappone abbia trovato "la soluzione definitiva all'overtourism".
Non l'ha trovata: ha trovato un modo elegante per continuare a crescere nei numeri assoluti facendo percepire l'operazione come tutela del patrimonio.
E non serve nemmeno più guardare così lontano per vedere il benchmark applicato: Venezia lo sta già discutendo apertamente in questi giorni, con un sindaco che lo dice a voce alta e un'opposizione che lo smaschera altrettanto a voce alta.
Il rischio vero è che questo modello diventi lo standard anche per Firenze e Roma, presentandolo come "gestione sostenibile dei flussi" quando in realtà, numeri alla mano come nel caso veneziano:
Non sposta i comportamenti
Non copre nemmeno i costi di gestione
Resta solo un modo per continuare a far passare le stesse persone, ma selezionate per reddito
Se la domanda vera è "come proteggiamo un sito fragile dal sovraccarico", la risposta onesta è quella che redistribuisce nel tempo, non quella che seleziona per reddito.
Se invece la domanda vera è "come massimizziamo l'incasso per visitatore mentre il numero assoluto continua comunque a salire", allora chiamiamola col suo nome: non è tutela del patrimonio, è pricing dinamico applicato alla cultura.
E almeno su questo, sarebbe onesto se lo dicessero chiaro anche loro.